2.1.08

Nuovo articolo sul portale turistico dell'Oltrepò Pavese OltrepEAT

L'Azienda agricola Collina del Sole di Borgo Priolo in Oltrepò Pavese ha dedicato la Bonarda Doc al trisavolo Garibaldino del titolare Paolo Caorsi.

Storia del trisavolo di Paolo Caorsi, G.B. Bozzo, detto Giobatta - bisnonno di sua madre, Grazia Bozzo - che era appunto uno dei Mille di Garibaldi. Al seguito dell’eroico condottiero si sciroppò l’intera campagna dell’Italia Meridionale, nel 1860, prima inquadrato come bersagliere nella compagnia comandata da Nino Bixio, per poi passare, dopo il 12 luglio 1860, nelle file dei Carabinieri Genovesi, un gruppo di tiratori sceltissimi, armati - perlomeno loro - di ottimi fucili svizzeri calibro 10 a canna rigata, che risultarono decisivi in diversi frangenti della campagna, in particolare a Calatafimi. Bozzo si guadagnò sul campo di battaglia di Milazzo la promozione al grado di caporale, il 22 luglio 1860. Quel giorno i Carabinieri Genovesi, aumentati nel frattempo al numero di 85, ebbero otto morti e trentasette feriti. «Sono fiero di discendere da un uomo così valoroso - racconta Caorsi - e in suo onore ho battezzato la mia Bonarda, che si può acquistare anche on line, consultando il sito www.collinadelsole.it. Produco anche barbera, pinot nero vinificato in rosso e in barriques. E su prenotazione organizzo degustazioni». Nonostante viva da molti anni lontano da Genova, Caorsi non ha interrotto i rapporti con la terra natale e sabato 1° dicembre ha partecipato alla presentazione del video “Genova in camicia rossa”, presso il Museo del Risorgimento di via Lomellini. Il suo trisavolo era nato a Genova il 9 marzo 1841, da Francesco Bozzo e Maria Bagnasco, dunque era di schiattatipicamente genovese, come denotano i cognomi dei suoi genitori. Di professione pellaio, si era unito alla spedizione che Garibaldi, dopo molte incertezze, aveva infine lanciato alla conquista della Sicilia. Terminata la gloriosa campagna meridionale che consegnò a Vittorio Emanuele II di Savoia metà della penisola Italiana, senza che il suo esercito dovesse sparare un solo colpo di fucile, anche Bozzo come tanti suoi compagni d’arme venne smobilitato senza tanti complimenti, ovvero messo in congedo a Caserta, il 6 dicembre 1860 e rispedito a casa, a Genova. Poiché però era soggetto all’obbligo di leva (non aveva ancora compiuti i vent’anni!), dovette rivestire nuovamente non la gloriosa camicia rossa garibaldina, naturalmente, ma la divisa dell’esercito regolare di un’Italia appena venuta al mondo. Iscritto alla seconda categoria del secondo contingente di leva del 1861, Bozzo venne chiamato sotto le armi il 1° ottobre 1862 e servì l’Esercito italiano fino al 1° ottobre 1864, prima come soldato di seconda classe e quindi col grado di caporale. Si occupò principalmente di repressione del brigantaggio proprio in quelle terre che lo avevano visto battersi per liberare le popolazioni del Sud dal re di Napoli e dal suo dispotico regime. Richiamato in servizio secondo la circolare del 28 aprile 1866, G.B.Bozzo venne definitivamente congedato dall’Esercito italiano l’11 giugno dello stesso anno, a Sant’Arcangelo di Romagna. Eppure le sue avventure militari non erano ancora terminate. Nel 1867 rispose infatti all’appello di Garibaldi che aveva chiamato a raccolta i suoi vecchi miliziani nel tentativo, fallito all’Aspromonte cinque anni prima, di riconquistare Roma all’Italia. Bozzo combattè a Monterotondo e a Mentana, dove si distinse dirigendo il tiro di due piccoli cannoni, purtroppo tra i pochissimi dei quali Garibaldi disponeva quell’infausto giorno. I francesi, armati con i modernissimi fucili a ripetizione Chassepots” e perfettamente equipaggiati, col rinforzo delle truppe pontificie ebbero ragione dei coraggiosi garibaldini. Fu una delle pochissime sconfitte campali patite da Garibaldi, la battaglia di Mentana. Una ferita che non si rimarginò mai più, nell’animo del generale. Il caporale Bozzo salvò la vita e terminò la carriera militare. Rientrato a Genova, ci visse serenamente fino al 5 novembre 1909, quando a 68 anni, rese l’anima a Dio. (Da un articolo di Renzo Parodi pubblicato nel Secolo XIX del 03/12/2007)